Samsung SDI, la divisione del colosso coreano dedicata alle batterie, sta sperimentando una soluzione tecnologica che potrebbe cambiare per sempre il panorama degli smartphone: una batteria al silicio-carbonio da 20.000 mAh. Si tratta di una capacità quattro volte superiore a quella dei flagship attuali, che promette un’autonomia da record ma che presenta ancora sfide tecniche significative da superare.
La tecnologia al silicio-carbonio: una svolta epocale
Per anni Samsung è stata criticata per le batterie relativamente piccole dei suoi dispositivi di punta. Mentre i produttori cinesi come Honor e Realme hanno iniziato a integrare batterie da 7.000 fino a 10.000 mAh nei loro smartphone, i Galaxy top di gamma si sono fermati intorno ai 5.000 mAh. Ma ora Samsung SDI potrebbe essere pronta a cambiare le carte in tavola.
La chiave di questa rivoluzione sta nella tecnologia al silicio-carbonio (Si-C), che sostituisce la tradizionale grafite utilizzata nell’anodo delle batterie agli ioni di litio. Secondo quanto riportato da HDblog.it, il composito di silicio e carbonio è più resistente alle rotture e può immagazzinare fino a dieci volte più ioni di litio rispetto alla grafite convenzionale.
Questo significa maggiore densità energetica senza incidere eccessivamente su dimensioni e peso del dispositivo. In teoria, il santo graal delle batterie: più autonomia nello stesso spazio, o stessa autonomia in uno spazio più compatto.
La configurazione dual-cell da 20.000 mAh
L’architettura sperimentale di Samsung SDI prevede una configurazione dual-cell particolarmente innovativa, composta da due unità sovrapposte:
- Cella principale: 12.000 mAh con spessore di 6,3 mm (dimensioni: 10cm × 6,8cm)
- Cella secondaria: 8.000 mAh con spessore di 4 mm (dimensioni: 10cm × 6,8cm)
- Capacità totale: 20.000 mAh
Secondo i leak trapelati su X (ex Twitter) e ripresi da Tom’s Hardware, questa soluzione non è solo una questione di numeri impressionanti. L’architettura dual-cell viene utilizzata per ottimizzare la gestione termica e la velocità di ricarica, distribuendo il carico su due celle separate.
Prestazioni da sogno: 27 ore di schermo acceso
I risultati dei test interni sono stati a dir poco impressionanti. La batteria sperimentale ha raggiunto:
- 27 ore di screen-on time (tempo di utilizzo continuativo dello schermo)
- Circa 960 cicli di ricarica nell’arco di un anno
- Prestazioni stabili nel breve termine senza degradazione significativa
Per fare un confronto, anche gli smartphone più capaci attualmente sul mercato faticano a superare le 12-15 ore di utilizzo continuativo dello schermo. Un’autonomia di 27 ore rappresenterebbe un salto generazionale che potrebbe definitivamente liberare gli utenti dall’ansia da “batteria scarica”.
Il problema critico: il rigonfiamento della batteria
Ma non è tutto oro quel che luccica. Come riportato da Punto Informatico, i test hanno rivelato un problema serio che impedisce l’adozione commerciale di questa tecnologia: il rigonfiamento della batteria.
Alla conclusione del periodo di test, la cella secondaria da 8.000 mAh si è gonfiata in modo allarmante:
- Spessore iniziale: 4 mm
- Spessore post-test: 7,2 mm
- Aumento: circa 80%
Il fenomeno del battery swelling (rigonfiamento delle celle) non è solo un problema estetico. È una questione di sicurezza critica. Le batterie agli ioni di litio gonfie possono:
- Deformare la struttura interna dello smartphone
- Danneggiare lo schermo e altri componenti
- Nei casi peggiori, incendiarsi o esplodere
E Samsung, dopo lo scandalo del Galaxy Note 7 del 2016 (ritirato dal mercato per batterie difettose che prendevano fuoco), è comprensibilmente prudentissima quando si parla di sicurezza delle batterie.
Perché il silicio si gonfia?
Il problema del rigonfiamento è intrinseco alla chimica del silicio. Durante i cicli di carica e scarica, il silicio subisce un’espansione volumetrica che può raggiungere il 300%. Questo stress meccanico ripetuto porta al degrado dell’elettrodo e, nei casi più gravi, alla deformazione fisica della cella.
La soluzione? Limitare la percentuale di silicio nella miscela anodica. Dispositivi commerciali come il OnePlus 15 (con batteria da 7.300 mAh) limitano il contenuto di silicio al 15% proprio per garantire stabilità a lungo termine. È plausibile che il prototipo Samsung SDI utilizzasse una percentuale molto più elevata, spiegando sia la capacità eccezionale che i problemi riscontrati.
Quando arriverà sui nostri smartphone?
La domanda che tutti si pongono è: quando vedremo questa tecnologia nei Galaxy? La risposta breve è: non presto.
I Galaxy S26, attesi per l’inizio del 2026, monteranno batterie da appena 4.300 mAh, addirittura meno dei 4.900 mAh inizialmente previsti. Un passo indietro rispetto alle aspettative, che conferma come la tecnologia al silicio-carbonio ad alta capacità sia ancora lontana dalla commercializzazione.
Samsung sta però lavorando per migliorare almeno la velocità di ricarica, sia cablata che wireless, che dovrebbero finalmente vedere un upgrade con la linea S26.
Il contesto competitivo
Mentre Samsung sperimenta in laboratorio, la concorrenza corre. Il panorama delle batterie ad alta capacità si è intensificato:
- Honor Win: 10.000 mAh (tra le più capienti sul mercato)
- OnePlus 15: 7.300 mAh con silicio-carbonio al 15%
- Realme: prototipo da 15.000 mAh (non commercializzato)
- Vari flagship cinesi convergono verso i 7.000 mAh come nuovo standard
Samsung rischia di rimanere indietro se non accelera l’adozione di queste tecnologie, ma la prudenza imposta dalla storia (ricordiamo il Note 7) la spinge a non correre rischi.
Un’alternativa: il settore automotive?
C’è anche un’ipotesi alternativa da considerare. Samsung SDI potrebbe stare sviluppando questa tecnologia non per smartphone, ma per il settore automotive. Le batterie al silicio-carbonio ad alta capacità stanno attirando crescente interesse come alternativa alle celle tradizionali per veicoli elettrici, dove i problemi di spazio sono meno critici e i requisiti di sicurezza possono essere gestiti diversamente.




















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