Negli ultimi mesi è diventato impossibile parlare di cybersecurity senza parlare di intelligenza artificiale. Non perché “va di moda”, ma perché l’IA sta cambiando la natura degli attacchi e la velocità con cui si sviluppano. Se fino a poco fa molte minacce richiedevano competenze tecniche elevate e tempo, oggi alcune fasi dell’offensiva possono essere automatizzate, industrializzate, persino “scalate”.
Una recente analisi sul tema descrive bene questa ambivalenza: l’IA aiuta aziende e PA a rilevare minacce, automatizzare la risposta agli incidenti e migliorare l’analisi; ma allo stesso tempo amplia la superficie esposta e viene sfruttata dai criminali per rendere phishing e social engineering più convincenti e rapidi.
Una delle dinamiche più concrete è l’uso non governato di strumenti di IA generativa dentro le aziende: dipendenti che, per lavorare più in fretta, incollano testi, dati o contesti sensibili in tool non approvati. Il risultato non è necessariamente “un attacco”, ma un’esposizione: perdita di controllo, rischio di data leak, difficoltà di auditing.
Questa è una lezione importante: la cybersecurity non riguarda solo firewall e antivirus, riguarda comportamenti e processi.
Il phishing rimane tra i vettori principali, ma con l’IA cambia qualità:
Se prima molte campagne si riconoscevano a colpo d’occhio, oggi spesso richiedono verifica reale: dominio, contesto, richieste “urgenti”, allegati, QR code, finti portali.
Un altro punto chiave è l’industrializzazione: non serve che un gruppo sappia fare tutto. C’è chi entra, chi vende l’accesso, chi cifra i dati, chi tratta il riscatto. È una supply chain. E l’IA può aiutare a rendere più efficiente la fase di scouting (ricognizione), social engineering e automazione di passaggi ripetitivi.
Il rischio non è solo la mail falsa. Stanno crescendo gli scenari in cui la manipolazione è “realistica” e in tempo reale: clonazione vocale, video brevi di conferma, messaggi WhatsApp che sembrano provenire da un dirigente. In queste frodi, l’obiettivo non è “bucare un server”: è far autorizzare una transazione, cambiare un IBAN, ottenere credenziali o reset di accesso.
Qui la difesa non può essere solo tecnica: serve una disciplina di verifica interna.
Ecco una checklist divulgativa ma concreta, valida per PMI e team marketing/operation (non solo IT):
L’IA non rende automaticamente “più pericoloso” il mondo digitale: rende più veloce tutto. Chi attacca accelera, ma può accelerare anche chi difende—se mette ordine in processi, identità, policy e strumenti.
La cybersecurity 2026, in sintesi, è meno “guerra di software” e più “governo del sistema”: tecnologia + persone + regole chiare. E questa è una buona notizia, perché è una partita che anche le PMI possono giocare con metodo.