Di Denis Cassinerio, Senior Director & General Manager South EMEA di Acronis
Oggi, aziende e Managed Service Provider (MSP) adottano sempre più architetture ibride per coniugare controllo, flessibilità e scalabilità. Mantenere dati sensibili e applicazioni critiche on-premises, sfruttando al contempo la convenienza del cloud, consente di ridurre i costi, garantire conformità e continuità operativa. La gestione di ambienti distribuiti introduce però una complessità che molte soluzioni di disaster recovery tradizionali non riescono a gestire, esponendo le organizzazioni a rischi significativi. Con minacce sempre più rapide e sofisticate, e processi di ripristino spesso manuali e inefficaci, un approccio di disaster recovery ibrido è oggi indispensabile per ridurre il downtime e prevenire perdite di dati o sanzioni.
Non dimentichiamoci inoltre che il disaster recovery rappresenta un elemento centrale per la conformità alla Direttiva NIS2 in Italia, poiché assicura la continuità operativa e la resilienza dei sistemi informativi in caso di incidenti o attacchi informatici. La normativa, recepita con il Decreto Legislativo n. 138 del 4 settembre 2024, impone alle organizzazioni che operano in settori essenziali e importanti di adottare misure concrete per prevenire, gestire e ripristinare i servizi critici. In questo contesto, il disaster recovery non è soltanto una best practice tecnologica, ma un obbligo normativo che riduce i tempi di inattività, protegge dati e infrastrutture e rafforza la capacità di risposta agli incidenti.
Perché il disaster recovery tradizionale non è più sufficiente
Le soluzioni tradizionali di disaster recovery, nate per ambienti esclusivamente on-premises, non rispondono alle esigenze attuali. Richiedono investimenti in hardware, tempi di ripristino lunghi e mancano della flessibilità necessaria per gestire workload distribuiti. Una sola copia dei dati non è sufficiente perché eventi imprevisti come incendi o alluvioni possono compromettere in modo definitivo le informazioni critiche. L’assenza di automazione e di integrazione nativa con il cloud genera lacune nella protezione e complica il raggiungimento di obiettivi di Recovery Point Objective (RPO) e Recovery Time Objective (RTO). La frammentazione degli strumenti – backup, disaster recovery e sicurezza gestiti in silos – aumenta costi e vulnerabilità, mentre i processi di failover manuali e la mancanza di protezione dal ransomware durante il ripristino espongono a rischi ulteriori.
I vantaggi del disaster recovery ibrido
Un approccio ibrido consente di unire i punti di forza degli ambienti locali e del cloud, garantendo flessibilità e rapidità di risposta. Se correttamente implementato, permette di:
Fondamentale è anche l’applicazione della regola 3-2-1 del backup: tre copie dei dati su due supporti diversi, di cui una off-site, per garantire recupero e resilienza anche in caso di eventi catastrofici.
Componenti fondamentali di una strategia ibrida
Sviluppare una strategia di disaster recovery nel cloud ibrido
La definizione di un piano efficace inizia con l’individuazione dei sistemi e dei dataset critici per la continuità operativa. Dopo aver stabilito le priorità, occorre definire obiettivi di RPO e RTO realistici e modellare su di essi i processi di backup e ripristino.
Un piano di disaster recovery ibrido deve garantire un failover fluido tra infrastrutture on-premises e cloud pubblici o privati, mantenendo automazione, compatibilità con lo stack tecnologico esistente e scalabilità per gestire la crescita dei dati. Per garantire sicurezza e governance, l’ambiente deve integrare replica, crittografia e controllo accessi basato su ruoli, con una gestione centralizzata e una postura di sicurezza coerente tra le piattaforme. Infine, il piano va testato e aggiornato regolarmente, simulando scenari di disastro e verificando l’efficacia del failover. La formazione resta essenziale per assicurare reattività e coordinamento nei momenti critici.
Superare le sfide del cloud ibrido
Le organizzazioni devono affrontare sfide comuni come la gestione dei costi di archiviazione, la protezione dei dati sensibili e la coerenza delle configurazioni tra piattaforme. L’adozione di backup incrementali, crittografia end-to-end e automazione dei controlli di accesso consente di ridurre i rischi e il downtime. Una strategia ben calibrata deve concentrarsi su due obiettivi fondamentali: mantenere la disponibilità dei sistemi e proteggere i dati da violazioni o perdite. In altre parole, la resilienza operativa dipende dalla capacità dell’organizzazione di integrare tecnologia, processi e competenze.
Il futuro del disaster recovery nel cloud ibrido
Il disaster recovery ibrido sta evolvendo verso modelli più intelligenti e automatizzati. Machine learning e automazione analizzeranno in tempo reale gli ambienti IT, individuando anomalie e avviando autonomamente le procedure di ripristino, con tempi di risposta sempre più rapidi. Le soluzioni di nuova generazione integreranno sicurezza avanzata, crittografia evoluta e rilevamento delle minacce durante il restore, semplificando la gestione e riducendo i costi di archiviazione. Le organizzazioni che adotteranno queste innovazioni godranno di maggiore resilienza e stabilità.
La risposta di Acronis
Acronis Cyber Protect Cloud è una piattaforma che riunisce in un’unica interfaccia backup, disaster recovery, cybersecurity e gestione centralizzata, offrendo un approccio completo alla protezione dei dati. Basata su Acronis Cyber Infrastructure, consente ai provider di offrire DRaaS (Disaster Recovery as a Service) e alle aziende di gestire con semplicità ambienti ibridi. La piattaforma integra funzionalità di failover automatico, backup immutabili, protezione continua dei dati e scansione antimalware durante il ripristino, garantendo coerenza tra sicurezza e continuità operativa. Inoltre, consente backup completi, incrementali o differenziali a livello di file, immagine o applicazione, adattandosi a ogni esigenza di workload.