Cinque anni dopo il lancio del Green Deal europeo, la più grande strategia ambientale mai adottata dal continente, è il momento di fare il punto. L’Unione Europea si era posta obiettivi climatici ambiziosi: ridurre le emissioni del 55 % entro il 2030, raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, decarbonizzare l’industria e rendere il proprio sistema energetico verde, sostenibile e autonomo. Ma dove siamo davvero?
Una recente analisi del Joint Research Centre della Commissione europea ha fatto chiarezza: su 154 obiettivi del Green Deal, solo il 21 % è pienamente in linea con le scadenze. Più della metà richiede un’accelerazione. In alcuni casi, come l’efficienza energetica e la biodiversità, si è addirittura in stallo.
Sul piano normativo, l’Unione ha agito con decisione. Il pacchetto Fit for 55 ha riformato il mercato del carbonio, estendendolo anche ai trasporti e al riscaldamento. È stato introdotto il CBAM (meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere), per evitare la delocalizzazione della CO₂ fuori dai confini europei.
Nel 2024 è entrata in vigore la Nature Restoration Law, una legge storica che obbliga ogni Stato membro a ripristinare almeno il 30 % degli ecosistemi degradati entro il 2030. A inizio 2025, la Commissione ha lanciato il Clean Industrial Deal, che punta a potenziare la produzione rinnovabile, la circular economy e la decarbonizzazione dei settori hard-to-abate.
Nel frattempo, il piano REPowerEU ha ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo, accelerando il rollout di solare, eolico, pompe di calore e idrogeno verde.
Il settore dell’energia è quello in cui si è visto il progresso più tangibile. Solo nel 2025 si prevede l’installazione di 89 GW di nuova capacità rinnovabile (70 GW solare e 19 GW eolico). Un risultato storico.
Tuttavia, per raggiungere i target 2030, servirebbero 100 GW all’anno di nuove rinnovabili. A oggi, le energie pulite coprono circa il 24.5 % dei consumi finali, ben lontane dal 42.5 % fissato come obiettivo UE per il 2030.
Anche sul fronte dell’efficienza energetica, il gap è significativo: la riduzione attuale è del –8.1 %, ma per rispettare i piani occorre arrivare al –11.7 %.
Il quadro nazionale è fortemente eterogeneo.
L’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa, eppure la sua corsa verso la transizione verde procede con passi troppo lenti rispetto agli obiettivi UE. I dati aggiornati al 2025 rivelano un ritardo strutturale su più fronti, a partire dalle energie rinnovabili.
Secondo il NECP aggiornato, l’Italia punta a raggiungere il 40 % di rinnovabili nei consumi finali lordi al 2030, ma attualmente è ferma attorno al 23–24 %, ben al di sotto della media UE. Il solare fotovoltaico è cresciuto, con circa 5.6 GW installati nel 2024, ma resta insufficiente per colmare il gap.
L’eolico invece stenta: nel 2023 l’Italia ha installato solo 450 MW, mentre ne servirebbero almeno 2–3 GW l’anno per essere in linea con gli obiettivi 2030. Colpa anche della burocrazia: i tempi medi per l’autorizzazione di un impianto eolico o fotovoltaico superano ancora i 36 mesi.
Il giudizio complessivo è misto: l’Europa ha creato la cornice normativa giusta, ma fatica a rispettare le scadenze. Buone intenzioni e leggi vincolanti non bastano se i governi nazionali non accelerano sulla loro attuazione.
Il prossimo bilancio europeo 2028–2034 dovrebbe destinare almeno il 35 % dei fondi a clima e biodiversità, ma le incertezze politiche (specie con la crescita dei partiti conservatori e il rinvio della direttiva anti-greenwashing) rischiano di rallentare tutto.
Il Green Deal non è morto, ma è in affanno.
I prossimi due-tre anni saranno decisivi: accelerare ora significa rendere reale la transizione. Rimandare ancora, invece, ci porterebbe verso un “green deal” solo di nome. E non ce lo possiamo permettere.