Il Blue Monday supera i 20 anni: perché il mito del “giorno più triste dell’anno” resiste ancora oggi

In questo periodo, circa il 5% della popolazione è particolarmente vulnerabile emotivamente: un fenomeno che affonda le radici nella psicologia collettiva e nelle dinamiche culturali

L’inverno porta con sé un cambio di ritmo: le giornate sono corte, la luce diminuisce, il corpo rallenta mentre la mente prova a restare allineata agli obiettivi del nuovo anno. È in questo scenario sospeso che torna puntuale una delle narrazioni pop più riconoscibili di gennaio: il Blue Monday, che nel 2026 supera i vent’anni. Più di vent’anni in cui abbiamo iniziato a “sentire” un giorno triste, proprio da quando ce l’hanno raccontato.

Gennaio non è solo un mood collettivo, ma anche un mese dopo il picco natalizio, tradizionalmente tra i più deboli dell’anno per i consumi, soprattutto per le spese non essenziali. È in questa fase di rallentamento economico e psicologico che il racconto del Blue Monday trova terreno fertile, offrendo una chiave simbolica per leggere una sensazione diffusa di stanchezza e freno.

Accade il terzo lunedì di gennaio, e viene definito come “il giorno più triste dell’anno”: un appellativo che non ha basi scientifiche, ma che continua a funzionare. E a farsi sentire. Dietro al Blue Monday non c’è uno studio accademico, né una scoperta neuroscientifica. Nasce nel lontano 2005 come campagna di comunicazione: una società di pubbliche relazioni chiese allo psicologo Cliff Arnall di costruire una formula che individuasse il giorno dell’anno più triste, mescolando variabili arbitrarie come il meteo, i debiti post feste, la motivazione in calo e la sensazione di dover “ripartire”.

La formula non è mai stata validata né replicata, e nel tempo anche il suo autore ha ammesso la natura prettamente mediatica dell’operazione. Eppure, quella narrativa ha retto. E continua a tornare, ogni gennaio, come una sorta di rituale collettivo.


Gennaio non è solo un mood: quando la stagionalità incide davvero sull’umore

Al netto delle trovate pubblicitarie, gennaio è davvero un mese particolare per il nostro equilibrio emotivo. Esiste, infatti, una condizione clinicamente riconosciuta, il disturbo affettivo stagionale, che mostra come per una parte della popolazione il cambio di stagione non sia solo una sensazione passeggera.

Secondo un’analisi globale, circa il 5% della popolazione mondiale soffre di disturbo affettivo stagionale, con sintomi che tendono a comparire nei mesi invernali e a ridursi con il ritorno della luce e della primavera. La prevalenza varia in base alla latitudine e ai criteri diagnostici, ma il dato resta significativo e racconta una vulnerabilità reale spesso sottovalutata.

Questo non significa che sentirsi giù nei mesi più freddi equivalga a una diagnosi, né che il Blue Monday coincida con una depressione clinica. Significa, però, che questo è un periodo dell’anno più delicato dal punto di vista emotivo, in cui corpo e mente sono più sensibili ai cambiamenti.

Più di 20 anni di Blue Monday e perché funziona ancora

Il successo del Blue Monday non sta nella sua validità scientifica, ma nella sua forza narrativa. Dal punto di vista della psicologia e del neuromarketing, dare un nome a un’emozione aiuta il cervello a riconoscerla e a renderla condivisibile. Etichettare una sensazione diffusa come “Blue Monday” offre una scorciatoia mentale, una cornice pronta all’uso dentro cui collocare stanchezza, malinconia e senso di rallentamento.

In altre parole, non è il Blue Monday a renderci tristi, ma il fatto che arrivi in un momento in cui siamo già più sensibili. La narrazione funziona perché intercetta un mood collettivo reale e lo rende socialmente legittimo. Dire “oggi è il Blue Monday” significa spesso dire “non sono l’unica persona che si sente così”. Ed è proprio questa condivisione emotiva a renderlo così potente sui media e sui social.

Il Blue Monday funziona perché offre una narrazione pronta all’uso a un’emozione che molte persone provano davvero in questo periodo dell’anno. Non crea la tristezza, la rende riconoscibile. Dal punto di vista psicologico e comunicativo, dare un nome a uno stato d’animo non solo lo normalizza, ma permette di riconoscerlo e affrontarlo collettivamente. Tuttavia, c’è un rischio nell’utilizzo superficiale di questo concetto: la malinconia non è un trend, è un’esperienza che merita di essere trattata con rispetto, empatia e consapevolezza,spiega Luna Mascitti, formatrice specializzata in neuromarketing e storytelling e founder di Mio Cugino ADV, agenzia di marketing digitale.


Tra comunicazione e responsabilità emotiva

Nel tempo, il Blue Monday è diventato anche un’occasione commerciale. Brand e aziende lo utilizzano per inserirsi nella conversazione, proponendo messaggi di conforto, ironia o “cura di sé”, in un mese tradizionalmente debole dal punto di vista dei consumi. È una dinamica di emotional marketing che può funzionare se gestita con consapevolezza, ma che rischia di banalizzare emozioni complesse se spinta sul sensazionalismo.

Comunicare il Blue Monday in modo responsabile significa evitare l’idea che “oggi dobbiamo sentirci tristi” e sostituirla con un messaggio più onesto e umano. Se oggi ti senti giù, può succedere. Se oggi ti senti stanco, non è un problema da correggere. La malinconia non è un errore di sistema, ma spesso una pausa necessaria per ricalibrare energie, aspettative e direzioni.

“Da un punto di vista di neuromarketing, il Blue Monday è un esempio perfetto di come una cornice narrativa possa orientare l’attenzione e influenzare la percezione emotiva. Quando un concetto è facile da ricordare, condividere e visualizzare, entra nel sistema cognitivo come una scorciatoia mentale: i brand lo utilizzano perché permette di agganciarsi a uno stato emotivo preesistente e amplificato culturalmente,” conclude Luna Mascitti.

Forse il vero valore del Blue Monday non è quello di definire il giorno più triste dell’anno, ma di ricordarci quanto le emozioni siano influenzate dalle narrazioni collettive. Conoscerne l’origine e i meccanismi ci permette di non subirle passivamente, ma di scegliere come usarle, anche solo per rallentare senza sensi di colpa.

Luna Mascitti

Dopo anni trascorsi a fare una lunga gavetta nel settore – in una multinazionale e in diverse agenzie pubblicitarie, Luna Mascitti ha deciso di aprire una sua agenzia di marketing interamente digitale, Mio Cugino ADV. Specializzata in neuromarketing e storytelling, dal 2021 su Instagram e TikTok, ha iniziato a dispensare tanti preziosi consigli pratici per incrementare le vendite grazie ai social, sempre aggiornati su ogni novità. Grazie ai suoi manuali, corsi, coaching e Vendere Academy, ha formato già 1.600 alunni. Ha scritto diversi manuali sul tema: “Vendere con il neuromarketing” e “Storie per vendere”, facendo decollare il business di aziende e liberi professionisti in difficoltà. Già speaker al TEDxCastel Gandolfo Salon a tema Sustainable Community Building, a TEDxIschia e all’AI WEEK. Più di recente, è tornata in aula per tenere un corso sullo storytelling e storyselling, offrendo agli studenti competenze pratiche per comunicare prodotti e servizi attraverso le storie presso l’Università Sapienza di Roma.

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Redazione