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Contro l’innovazione radicale

La Commissione europea ha appena stanziato 122 milioni di euro nell’ambito dell’iniziativa “Ecosistemi europei dell’innovazione” per aiutare i paesi dell’UE ad essere in prima linea nella nuova ondata di innovazioni e startup tecnologiche. Come investire questi fondi per sfruttare al meglio questa opportunità? Su quale tipo di innovazione devono puntare le nostre imprese e istituzioni?

Negli ultimi mesi, il discorso sulla potenza dirompente dell’innovazione ha riacquisito centralità nel dibattito con la diffusione delle soluzioni tecnologiche basate sull’intelligenza artificiale che avranno, potenzialmente, un effetto dirompente su numerosi settori industriali. Ma in questo clima di generale euforia, in cui le novità e le evoluzioni tecnologiche si susseguono con velocità ipersoniche, resta un quesito: ha senso per tutte le aziende continuare a perseguire lo stesso approccio di innovazione radicale “a tutti i costi”, anche in settori che hanno subito una disruption recente e che affrontano nuovi modelli di business? È vero che innovare le candele non ha portato all’invenzione della luce elettrica, ma è pur vero che, una volta inventata la luce elettrica, non aveva molto senso per le aziende di energia continuare a cercare un’altra innovazione radicale, ma piuttosto adeguarsi al nuovo scenario e rendere il proprio modello il più efficace possibile.


Per fare un altro esempio più vicino ai nostri giorni: nel 2008 Spotify ha rivoluzionato l’industria della musica mondiale introducendo un nuovo modello di business che potesse aiutare a combattere la pirateria grazie allo streaming e alla fruizione di milioni di canzoni, gratuitamente o con un abbonamento mensile. Con il successo del modello Spotify, avrebbe avuto senso per gli altri player del settore provare a investire tempo e risorse al fine di innovare radicalmente, e nuovamente, l’industria musicale? Sembra chiaro che, in casi del genere, risulta più proficuo adattarsi ai nuovi paradigmi di successo introdotti (magari da aziende competitor) focalizzandosi però su innovazioni incrementali che consentono di migliorare i propri processi e i propri servizi.

La scelta del paradigma di innovazione più adeguato alle nostre imprese non può prescindere da un’analisi approfondita del nostro settore e della fase in cui esso si trova nel ciclo innovativo. Ora, una volta smentito il mito di Silicon Valley dell’innovazione radicale sempre e per tutti, bisogna chiedersi quali benefici più offrire un modello di innovazione incrementale forse meno sexy ma in molti casi più efficace.

Secondo la nostra esperienza, le innovazioni incrementali portano con sé alcuni benefici assolutamente decisivi. Innanzitutto, l’adattamento al mercato: attraverso l’adozione di innovazioni incrementali le aziende possono differenziarsi dai competitor e soddisfare le nuove esigenze dei consumatori adattando la propria offerta e i propri modelli di business alle tendenze del mercato. Inoltre, sempre in questo ambito, le imprese che adottano innovazioni incrementali possono ottenere un efficientamento dei processi interni, un miglioramento dei prodotti e dei servizi, una maggior soddisfazione dei clienti, un risparmio di costi, tutti fattori che consentono loro di distinguersi dalla concorrenza e di crescere nel lungo periodo. Un altro beneficio riguarda il processo di continuo miglioramento: con l’implementazione di innovazioni incrementali le aziende possono apportare miglioramenti costanti e graduali ai propri prodotti, servizi, processi e strategie aziendali esistenti, favorendo la continuità e la stabilità aziendale.

Per molte organizzazioni non serve andare alla ricerca disperata di nuove e scintillanti innovazioni radicali; spesso, in molti settori, basta focalizzarsi su innovazioni incrementali in grado di supportare il business nella crescita e nello sviluppo, nella capacità di resilienza a un mercato sempre più aggressivo, nelle opportunità di miglioramento costante per processi più efficienti, maggiore produttività e migliori servizi per i consumatori. Il tutto senza la necessità di “reinventare la luce elettrica”.

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Alberto Bazzi, direttore in Italia di Digital Business Technologies presso Minsait

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

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