Vita da remote worker: Ilaria e Francesca, la Generazione Z che non conosce il lavoro in ufficio

Ilaria di Giuseppe, 26 anni, abruzzese trapiantata a Bologna, e Francesca Mahmoud Alam, 28 anni, originaria della Toscana che oggi vive in Grecia, lavorano nella stessa azienda, ma non si sono mai incontrate. Cosa significa per i giovani lavorare da remoto? “Libertà di vivere da nomadi digitali, ma anche un equilibrio instabile senza autodisciplina e una buona organizzazione”

In AcademyQue non esiste il lavoro ibrido. Promuoviamo un modello che permetta a chiunque di lavorare per sempre da remoto, senza sentirsi tagliati fuori: formazione continua, affiancamento di un tutor e dotazione di strumenti che facilitano la gestione del lavoro a distanza”, spiega Andrea Ciofani, fondatore di AcademyQue.

La loro scrivania è posizionata nel salotto di casa o in camera da letto e molto spesso non sanno cosa voglia dire lavorare nello stesso spazio con dei colleghi, che conoscono solo attraverso lo schermo del pc. Si tratta dell’identikit dei nativi digitali del nuovo millennio, i Millennials e la Generazione Z, alcuni dei quali hanno iniziato la propria carriera durante la pandemia e per cui l’ufficio è un concetto lontano, anzi, a volte sconosciuto. Un nuovo stile di vita con cui i giovani devono fare i conti, tra i pro e i contro dello smart working, ma soprattutto le aziende dovranno misurarsi per gestire il lavoro a distanza ancora meglio di quello in presenza.

Il sì dei giovani allo smart working, purché sia davvero smart: autonomia, formazione e flessibilità

Solo in Europa più di 100 milioni di dipendenti sono passati al lavoro a distanza, con quasi 45 milioni che hanno fatto questo cambiamento per la prima volta. Sebbene il 2020 possa essere considerato l’anno del lavoro da remoto, questa tendenza è destinata a crescere esponenzialmente nei prossimi anni. Entro il 2025, si stima infatti che il 70% della forza lavoro lavorerà da remoto almeno cinque giorni al mese.

Per molte aziende, però, sembra facile dimostrare come il lavoro da remoto, poco smart e molto working secondo le statistiche effettuate nell’ultimo anno che hanno coinvolto un alto numero di dipendenti affetti da burn out da smart working, sia una possibilità concreta per tutti. Internet e le tecnologie digitali diventano in questo senso uno strumento per permettere a chiunque di seguire le proprie aspirazioni ed esigenze personali senza sacrificare la crescita lavorativa. Eppure, per chi non adotta gli strumenti adeguati, senza tralasciare un nuovo modo di riorganizzare il lavoro, può rivelarsi un boomerang che mina l’equilibrio mentale e fisico di chiunque, dai più giovani ai veterani.

Salute, lavoro, ambiente, prospettive finanziarie e benessere familiare sono infatti diventate le maggiori preoccupazioni per le nuove generazioni, come raccontano Ilaria Di Giuseppe, 26 anni, abruzzese di origine ma trapiantata a Bologna prima per studio e poi per lavoro in un’agenzia di eventi fino a prima dello scoppio della pandemia e Francesca Mahmoud Alam, 28 anni, abituata da sempre al nomadismo digitale che le ha permesso negli anni di girare il mondo con in spalla il suo portatile. A farle incontrare è stata la proposta di Andrea Ciofani, Amministratore delegato e fondatore di AcademyQue, la prima Digital Business School nata totalmente da remoto a marzo 2020 che ha sposato il remote working fino a farlo diventare uno dei punti di forza il dell’azienda e dei suoi dipendenti.

La pandemia e la possibilità, per molti di noi, di lavorare da remoto ci è sembrata un’opportunità per costruire una società più equa, sostenibile e inclusiva. Per me la parte più tosta di questa nuova condizione non sono state tanto le hard skills, come utilizzare gestionali elaborati o nuovi strumenti digitali, quanto la capacità di sviluppare nel tempo quelle che oggi posso chiamare digital soft skills: far capire agli altri le tue capacità da una email o in una videochiamata, sviluppare il problem solving senza il supporto o il consiglio del compagno di scrivania o fare gioco di squadra da remoto. E poi organizzare e rispettare una tabella di marcia dove sei responsabile di te stesso, anche delle pause”, racconta Francesca.

Ilaria e Francesca, che oggi lavorano nello stesso team, si conoscono solo attraverso uno schermo. Se per Francesca il lavoro da remoto è da sempre una condizione naturale, tanto da permetterle oggi di vivere in Grecia e domani chi lo sa, di conoscere gente nuova frequentando coworking e caffè attrezzati con prese elettriche, connessione internet e aree relax, per Ilaria non sarebbe stato così facile abituarsi a questo nuovo stile di vita senza una sana dose di autodisciplina e la condivisione di strumenti, messi a disposizione dall’azienda, per organizzare il lavoro e tenere alta la concentrazione anche tra le mura di casa.

Con il lavoro da remoto si perde la comunicazione non verbale, che di solito aiuta a captare le richieste degli altri. Sfruttare bene il digitale, però, significa non far sentire troppo la mancanza di quella che era, una volta, la normalità. Utilizziamo Facebook Workplace, un software che stimola la collaborazione e migliora l’organizzazione di gruppo. Essendo più vicino a ciò che facciamo tutti i giorni, è un proprio come stare su Facebook ma lavorando” spiega Andrea Ciofani, founder e Ceo di AcademyQue.

Tre strumenti per il lavoro agile: da Facebook Workplace a Clickup, bandito invece Whatsapp

Ripensare l’organizzazione significa, per Andrea, sfruttare il digitale per rendere la vita lavorativa più semplice e motivare i propri dipendenti a nuove responsabilità imposte dal lavoro a distanza. Con l’adozione di piattaforme come Facebook Workplace, il team di AcademyQue condivide le lezioni, sviluppa nuove idee e si concede una pausa nel sottogruppo Caffè e chiacchiere, dove scambia idee proprio come se si trovasse in ufficio. Con Clickup, invece, piattaforma per la condivisione dei task, il gruppo organizza i corsi e le attività giornaliere, mentre con la piattaforma proprietaria AcademyQue.World, sviluppata da un team interno di programmatori, i docenti e gli studenti possono fruire contemporaneamente di contenuti tematici diversi in un unico canale. Bandito Whatsapp, invece, un canale che lo stesso Andrea non ritiene opportuno quando si parla di lavoro.

Tra i pro dello smart working c’è sicuramente la libertà di svolgere il proprio lavoro da qualsiasi luogo, senza avere più legami con un ufficio o una sede fissa. A patto di avere la strumentazione giusta, una buona connessione alla rete, tanta motivazione e molta autodisciplina.

Molti strumenti che oggi vengono utilizzati per il project management o per gestire il lavoro del team da remoto richiedono competenze digitali che spesso è difficile apprendere in poco tempo, anche per chi come noi è nato nell’era del digitale. L’aiuto di un tutor, la formazione aziendale e il lavoro per obiettivi mi hanno sicuramente aiutata a non sentire il peso della distanza o, come sempre più spesso è successo nell’ultimo anno, a togliersi di dosso quel senso di inadeguatezza alla tecnologia”, racconta Ilaria.

A proposito di AcademyQue

AcademyQue (www.academyque.com) è la prima Business & Technology School leader nel settore della formazione blended. Riconosciuta come startup innovativa dall’alto valore tecnologico, AcademyQue si inserisce nel panorama della formazione come scuola di Management che coniuga aggiornamento professionale e lavoro per formare leader nel mercato digitale dalla forte mentalità imprenditoriale, in grado di progettare e attuare strategie innovative, con l’obiettivo di migliorare le prestazioni sociali ed economiche delle organizzazioni. AcademyQue è partner esclusivo di GAUDiBiLiA, leader nel settore nel Digital Marketing e della Digital Transformation.

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