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Harlem Shake Moda o Marketing?

Harlem Shake Moda o Marketing? 1

L ‘Harlem shake non è solo il meme nato sulla canzone di Baauer che ha mandato in pensione il Gangnam Style. Per qualcuno infatti il tormentone è anche un modo per provare a capire come nasca e si propaghi un fenomeno su Internet e come cambino società, cultura e strategie di marketing nel tempo.

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Secondo Ashton, infatti, l’ Harlem Shake è stata una strategia virale guidata più da aziende interessate a far profitti che semplicemente nata dalle tendenze imitatrici degli utenti Internet e dalla loro creatività. Aziende che una volta fiutato un potenziale fenomeno pre-virale lo hanno quindi alimentato fino a farlo diventare adulto (e redditizio). Vediamo come.

Tutto è nato con un video postato il 30 gennaio scorso su YouTube da Filthy Frank (come vi avevamo già raccontato). Nei primi giorni però, a differenza di quanto sarebbe accaduto poi, il video fu sì imitato e diffuso, ma non in modo così virale: solo poche migliaia erano le visualizzazioni dei video-meme correlati. Infatti a scatenare la diffusione virale non è stata la comunità di Internet, nella tesi di Ashton, quanto piuttosto le logiche di mercato.

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A scatenare il ciclo delle imitazioni sarebbe stato non il video originale, ma quello diffuso su YouTube il 7 febbraio, contente una nuova versione della Harlem Shake ( Harlem Shake v3 (office edition), postato da un impiegato della Maker Studios, azienda fondata da artisti del portale video, dopo che il meme era stato avvistato su Reddit e identificato come potenziale contenuto pre-virale. Così, sfruttando i numerosi canali di YouTube della Maker Studios i video sono stati diffusi, promossi al contempo anche dallo stesso Baauer (alias di Harry Bauer Rodrigues) attraverso la sua casa discografica Mad Decent.

Per Ashton sarebbe stato questo interessamento a lanciare il meme-video, quando ovvero aziende come la Maker Studios e la Mad Decent lo avrebbero trasformato in fenomeno virale ( qui le migliori performance). Queste, sfruttando pochi ma seguiti canali su Twitter, avrebbero indirizzato il popolo del Web verso i video su YouTube, dove a tante visualizzazioni corrispondono altrettanti incassi: fino a 6 dollari vanno in tasca degli utenti ogni migliaia di visualizzazioni dei propri video (grazie alle pubblicità inserite da YouTube negli stessi), riporta Ashton.

Il resto non è stato altro che un meccanismo che si è auto-alimentato, con altre aziende pronte a postare i propri video sulle performance Harlem Shake, una volta fiutato l’affare. L’idea era quella di trovare un altro fenomeno che potesse sostituire il grande evento social della settimana prima, il Super Bowl, a cui attaccarsi per fare affari. Tra queste aziende e siti c’erano alcuni di proprietà della Iac (l’azienda cui fanno capo tra l’altro Newsweek e Vimeo) e BuzzFeed.

Il boom dei video caricati intorno al 10 febbraio quindi, precisa Ashton, in buona parte è stato fatto non da semplici utenti di YouTube ma da parti interessate a vendere qualcosa. Un fenomeno principalmente orchestrato da tre aziende: la Maker Studios, la Mad Decent, e la Iac, che hanno sfruttato la posizione dominante di YouTube nel mondo dei video e della musica.

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Fabio Guerrera
Appassionato di sicurezza informatica, analisi dati, ruolo gestionale e di acquisizione clienti tramite il Digital Marketing e Growth Marketing! Il classico cacciatore di teste!
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